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Io, me stesso e il mondoUn accidente nell'era delle tautologie Poema sul disastro di Lisbona - François Marie Arouet de Voltaire Voltaire
scrisse questo poema subito dopo il terremoto che rase al suolo Lisbona
nel 1756. Nella più deprimente impotenza nei confronti della furia
cieca, condividere queste parolo è tutto ciò che posso fare. A. Poveri umani! e povera terra nostra! Terribile coacervo di disastri! Consolatori ognor d'inutili dolori! Filosofi che osate gridare tutto è bene, venite a contemplar queste rovine orrende: muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri. Donne e infanti ammucchiati uno sull' altro sotto pezzi di pietre, membra sparse; centomila feriti che la terra divora, straziati e insanguinati ma ancor palpitanti, sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi, tra atroci tormenti, le lor misere vite. Ai lamenti smorzati di voci moribonde, alla vista pietosa di ceneri fumanti, direte : è questo l’effetto delle leggi eterne che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta? Direte, vedendo questi mucchi di vittime: fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati? Quali peccati ? Qual colpa han commesso questi infanti schiacciati e insanguinati sul materno seno? La Lisbona che fu conobbe maggior vizi di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri? Lisbona è distrutta e a Parigi si balla. Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi, dei fratelli morenti assistendo al naufragio voi ricercate in pace le cause dei disastri; ma se avvertite i colpi avversi del destino, divenite più umani e come noi piangete. Credetemi, allorquando la terra c’inghiotte negli abissi innocente è il lamento e legittimo il grido: ovunque avvolti in una crudele sorte, in furori malvagi e imboscate mortali, subendo l'attacco di tutti gli Elementi: compagni dei miei mali, possiamo pur lamentarci. E' l'orgoglio, direte, il ripugnante orgoglio che ci fa dir che il mal poteva esser minore. Interrogate, orsù, le sponde del mio Tago, frugate, orsù, fra le macerie insanguinate, chiedete ai moribondi, in preda a gran terrore, se è l'orgoglio che grida: “aiutami o cielo! O ciel, pietà per le miserie umane!” “Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”. Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona, l' universo peggior sarebbe dunque stato ? Siete davvero certi che la causa eterna che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa non poteva gettarci in questi tristi climi senza accenderci sotto dei vulcani? Così limitereste la potenza suprema? D’esser clemente allor le impedireste? Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni? Umilmente vorrei, senza offendere il Signore, che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro, avesse acceso il fuoco in un deserto; rispetto Dio, ma amo l'universo. Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente . I poveri abitanti di queste desolate rive, tra gli orrendi tormenti sarebber consolati se qualcun gli dicesse : “Sprofondate e morite tranquilli, le vostre case per il bene del mondo son distrutte; altre mani costruiranno altri palazzi; altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader; il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite, i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale; agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli di cui sarete preda nel fondo della fossa”? Orribile linguaggio per degli infortunati! Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore! Non opponete più alla mia angoscia le immutabili Leggi di Necessità: questa catena di corpi, di spiriti e di mondi. O sogni dei sapienti! O abissali chimere! Dio tiene in man la catena e non è incatenato; Dalla sua saggia scelta tutto è stabilito: Egli è libero, giusto e affatto implacabile. Perché dunque soffriam sotto un Signore equanime1? Ecco il nodo fatal che scioglier si doveva. Osando negarli guarirete i mali nostri? Le genti tremebonde sotto una man divina Del mal che voi negate han cercato il perché. Se la legge che da sempre governa gli elementi può far cader le rocce con lo spirar dei venti, se le querce frondute s'incendian con la folgore, pur non avvertono i colpi che le atterrano; ma io vivo, io sento ed il mio cuore oppresso chiede soccorso al creatore Iddio; suoi figli, sì, ma nati nel dolore, tendiam le mani al nostro unico padre. Il vaso, si sa, non domanda al vasaio: perchè mi facesti così vil, caduco e grossolano? Esso non può parlare né pensare: quest'urna che si forma, che a terra cade in pezzi dall'artigian non ricevette un cuore per anelare il bene ed avvertire il male. Il suo mal, dite voi, è il ben di un altro... Il mio corpo insanguinato darà vita a mille insetti. Quando la morte pon fine ai mali che ho sofferto, un bel conforto è quello di andare in pasto ai vermi! Squallidi disquisitori delle miserie umane, anziché consolarmi, le mie pene rendete ancor più amare; e in voi non vedo che lo sforzo impotente di indomito ferito che vuol dirsi contento. Del tutto io non son che un picciol pezzo: è ver; ma gli animali condannati a vivere, tutti soggetti ad una stessa legge, vivono nel dolore e muoion come me. L'avvoltoio avvinghiata la timida preda lieto si pasce delle sue carni insanguinate: tutto sembra andar bene per lui; ma ben presto, a sua volta, un'aquila dal becco tagliente divora l'avvoltoio. L'uomo colpisce col piombo micidial l'aquila altera, finché lui stesso, in battaglia, disteso sulla polvere, sanguinante e trafitto dai colpi, con altri moribondi, serve da cibo orrendo agli uccelli rapaci. Così del Mondo intero tutti i viventi gemono, nati per il dolor, si dan l'un l'altro morte. E voi ricomponete, da questo caos fatale, dal male di ogni essere, la gioia generale? Quale felicità ! o debole e misero mortale! “Tutto è bene” gridate con stridula voce: l'universo vi smentisce, e il vostro stesso cuore cento volte ha smentito il vostro errore. Elementi, animali, umani tutto è in guerra. Confessiamolo pure, il male è sulla terra: la ragione profonda è sconosciuta. Dall’autor d’ogni ben provenne il male? E' forse il nero Tifone2, il barbaro Arimanno3 che con legge tirannica al male ci condanna? La mente non ammette questi mostri odiosi, che il mondo tremebondo degli antichi aveva fatto Dei. Ma come concepire un Dio, la bontà stessa, che prodigò i suoi beni alle creature amate, che poi versò su loro i mali a piene mani? Qual occhio penetrar può i suoi profondi fini? Dall’ Essere Perfetto il mal non poté nascere; Non può venir da altri4, ché solo Dio è Padrone. Eppure esiste. O tristi verità! O strano intreccio di contraddizioni! Un Dio venne a consolar la nostra razza afflitta, la terra visitò senza cambiarla5. Un sofista arrogante sostien che nol poté; lo poteva, afferma un altro, ma non l'ha voluto. Lo vorrà, senza dubbio; ma mentre ragioniamo, folgori sotterranee inghiottono Lisbona, e di trenta città disperdon le rovine, dal greto insanguinato del Tago a Gibilterra. O l'uom nacque colpevole e la sua razza Iddio punisce; o il Padrone assoluto del mondo e dello spazio, senza collera e senza pietà, tranquillo e indifferente, contempla del suo primo voler gli eterni effetti; o la materia informe, ribelle al suo padrone, porta con sé i difetti, com'essa necessari; o Dio vuol metterci alla prova, ed il mortal soggiorno6 altro non è che un misero passaggio al mondo eterno. Patiamo qui dolori passeggeri; la morte è un bene che alle nostre miserie pone fine; ma quando usciremo da quest’orrendo passaggio chi di noi potrà dir di meritare la felicità? Quale che sia la nostra decisione, c'è da tremare infatti: nulla conosciamo e nulla è senza tema. Muta è Natura e invan la interroghiamo: ci occorre un Dio che parli all'uomo; spetta a lui di spiegar l'opera sua, di consolare il debole e illuminare il saggio. Al dubbio abbandonato e all'error, senza il suo aiuto, l'uomo invan cercherà il sostegno di un bastone. Leibnitz non spiega con quali oscuri fili nel più ordinato dei possibili universi, un disordine eterno, un caos di sventure, al nostro vano piacer dolor reale intrecci; né mi spiega perchè, come il colpevole, pur l'innocente debba subire il male senza scampo; né capisco perché tutto sia bene: ahimè! come un dottor io son che non sa niente. Sostien Platone che l'uomo un dì fu alato col corpo invulnerabile ai colpi mortali; il dolore, la morte mai si avvicinavano al suo stato di grazia, così diverso dall'odierno stato! Si aggrappa, soffre, muore; ciò che nasce è destinato a perire; Della distruzione la natura è l'impero. Un debole composto di nervi e di ossa non può non risentir del turbinìo del mondo; questo misto di polvere, liquidi e di sangue fu impastato perché si dissolvesse; e i pronti sensi di nervi tanto vivi fur soggetti al dolor che poi gli dà la morte. E' questo che m'insegna la legge di Natura. Abbandono Platone, respingo Epicuro . Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare: bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare; saggio e grande abbastanza per non aver sistemi, li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche se stesso: in ciò simile al cieco esposto ai Filistei che cadde sotto i muri abbattuti con sue mani. Che può dunque lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: ché il libro del Destin si chiude alla sua vista. L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto. Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo? Atomi tormentati in questo ammasso di fango, che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco; ma atomi pensanti, atomi i cui occhi guidati dal pensiero han misurato i cieli: con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito, eppure non riusciamo a conoscere noi stessi . Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore, di disgraziati è pieno che credon tutto bene. Ognun si duole e geme mentre il bene cerca; nessuno vuol morir, rinascere nemmeno7. Eppur nei giorni destinati al dolore, le lacrime asciughiamo col piacere; ma il piacere svanisce e passa come un'ombra, mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti. Il passato non è che spiacevole ricordo, oscuro è il presente se non c'è avvenire, se il nulla sepolcrale distrugge l'io pensante. Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza8; tutto oggi è bene: è questa l'illusione. I saggi mi ingannavan, solo Dio ha ragione. Umile nei miei sospiri, prono nei miei dolori, non me la prendo con la Provvidenza. Di men lugubre umor fui visto un tempo dei dolci piaceri cantar le leggi seducenti. È cambiato col tempo il mio costume ed in vecchiaia, partecipe di umana e malintesa debolezza, cercando un po’ di luce nella notte oscura, non posso che soffrire senza dir parola. Una volta un Califfo, alla fin di sua vita, al Dio che adorava rivolse una preghiera: “Ti porto, unico Dio, che limiti non hai, quel che non hai nel tuo potere immenso: i difetti, i rimpianti, il male e l’ignoranza.” Ma aggiungere poteva: la speranza. François Marie Arouet de Voltaire Per noi "filosofi" queste parole rappresentarono un totale ripensamento della teodicea, ma oggi il loro significato è da considerarsi dal punto di vista umano. Libera interpretazioneSapere significa infatti sempre, anche, sapere del contrario.
H. G. Gadamer Saggio sulla fenomenologia rovesciataQuesto saggio si propone di analizzare il percorso che, secondo Marion, dovrebbe percorrere la filosofia al fine di rendersi capace di sostenere una comprensione positiva della trascendenza.
Marion tenta, andando oltre la tesi nichilista, di costruire una teologia dopo la “morte di Dio”.
L'opera di Marion si situa nello spazio teorico aperto da Heidegger con la constatazione del fallimento della metafisica occidentale e, ponendosi sulla scia della tematica inaugurata da Levinas, ha come esigenza l'”intendere un Dio non contaminato dall'essere”. Non solo, quindi, una teologia oltre l'orizzonte degli enti, ma oltre l'orizzonte stesso dell'essere inteso come coestensivo con il pensiero e ritenuto inadeguato a salvaguardare la trascendenza assoluta del dio biblico.
La storia della filosofia è infatti costellata, secondo Marion, di tentativi di dimostrare l'esistenza di Dio partendo dal presupposto che la trascendenza abbia debba scegliere come quadro privilegiato della propria manifestazione quello dell'essere: i risultati di tutti questi tentativi prendono il nome di idolatrie.
L'idolo è una delle figure maggiormente caratterizzanti l'opera del filosofo francese e prende la forma di uno specchio invisibile che si frappone tra il divino e l'uomo che lo cerca limitandosi alla finitezza dei propri mezzi. Tale specchio restituisce a chi guarda un'immagine un'immagine della propria mira, come se si guardasse guardare. Risultato è un'immagine del divino commisurata alla capacità di chi cerca. Al variare degli ambiti di ricerca varieranno, com'è ovvio, anche i risultati. A tal proposito si definisce idolatria estetica il tentativo di trascinare ciò che per definizione è invisibile nel campo umano della visibilità. Lo sguardo finito dell'uomo così si posa e riposa su di un qualcosa che esprima la sua massima capacità di vedere e da a questo traguardo il nome di Dio. Si definisce così idolo estetico l'immagine della trascendenza commisurata alle esigenze di chi cerca di conoscerla.
Similmente si dà il caso in cui il tentativo si condotto per il tramite di una forma concettuale, non più necessariamente estetica. Diverso l'approccio, ma molto simile il risultato: è il tentativo tipico della metafisica tradizionale, che cerca di dare un concetto dell'infinito facendo affidamento esclusivamente sulle potenzialità, per definizione finite, dell'intelletto umano. Marion riconosce nel modus agendi della metafisica un'ipoteca che egli definisce onto-teologica, volendo esprimere con tale termine la commistione errata di ontologia e teologia propria delle prove dell'esistenza di dio, le più note delle quali sono quelle di Tommaso d'Aquino.
Neanche Heidegger, secondo Marion, riesce ad andare al di là dell'errore della metafisica tradizionale dal momento che la differenza ontologica, rimanendo basata sull'orizzonte dell'ente e quindi della metafisica, non è in grado di garantire l'assoluta trascendenza del divino.
Il tentativo di Marion è giustificato anche dal fatto che a morire della morte di Dio altro non è che un idolo concettuale, l'idolo, per la precisione, della morale: il dio morale kantiano.
L'intelletto umano, quale che sia il suo ambito di applicazione, non può che produrre forme finite, per definizione inadeguate al divino.
L'errore sta nel non considerare quella che Marion definisce distanza uomo-Dio: la trascendenza del divino, è, in ultima analisi, la sua distanza dalla finitezza: l'onto-teologia oblia lo scarto tra possibile e impossibile, tra visibile e invisibile, credendo, in questo modo, di raggiungere la trascendenza.
E' quindi necessaria una rappresentazione del divino non dipendente dall'orizzonte finito dell'essere dell'ente perché si dia una comprensione non idolatrica del divino. Marion individua la via d'uscita dallo scacco idolatrico nel riconoscimento attivo della distanza, dello scarto fondante la differenza tra uomo e Dio e che permette, per contro, l'instaurarsi di un rapporto positivo tra i due. Marion esemplifica il rapporto non idolatrico tra finito e infinito tramite la figura dell'icona.
Idoli e icone prendono vita dallo sguardo di chi osserva e un oggetto può diventare idolo o icona a seconda di come lo si guarda, ma l'icona, più dell'idolo e a sua differenza, è testimone dell'infinito che si dà nella finitezza. La sua proprietà è quella di rinviare lo sguardo dal visibile, del quale fa parte, all'invisibile di cui è manifestazione.
Se l'idolo era specchio invisibile nel quale l'uomo si guardava guardare, l'icona è specchio visibile dell'invisibile nel quale l'uomo si vede visto. L'icona infatti permette, lasciando agire la distanza, l'apertura di uno scarto nel quale è possibile scambiarsi uno sguardo.
Nell'idolatria l'ente si era riservato il ruolo di comando, per così dire, nel manifestare la pretesa di finitizzare il divino; nel rapporto iconico il soggetto assume un ruolo più di passività, dal momento che è l'agape divina a rendere possibile il rapporto, a far sì che la trascendenza possa donarsi a partire da se stessa a chi la cerca. L'ente finito non è più padrone del gioco che ora lo vede rendersi disponibile al riconoscimento dell'infinito.
Nel rapporto iconico l'attività è da entrambe le parti e la partecipazione al gioco della trascendenza fa sì che si possa travalicare l'orizzonte della finitezza, dell'essere metafisicamente inteso.
La domanda guida del lavoro di Marion era se fosse possibile e come una teologia hors d'etre, fuori dall'essere e dall'ipoteca onto-teologica. In altre parole Marion si domanda in che modo la filosofia possa accogliere la rivelazione senza perderne il senso. Lo studio estetico sugli idoli e sulle icone ha portato Marion ad un passo dal risultato, non resta che verificare quale filosofia possa sopportare un così grande compito.
E' ancora dalla storia della metafisica occidentale che Marion trae importanti indicazioni: da Cartesio a Hegel, infatti, secondo il pensatore francese, si è data sempre maggiore importanza al principio di ragion sufficiente secondo cui tutto ciò che è, è nella misura in cui una causa, una ratio, rende ragione della sua esistenza o inesistenza. In questa prospettiva i fenomeni religiosi non trovano posto. Al pensatore contemporaneo si presentano due possibili direzioni: considerare hegelianamente la religione come momento della ragione, oppure tentare di forzare le leggi di possibilità, con l'obiettivo di rendere la filosofia in grado di comprendere fenomeni religiosi.
A questo scopo la possibilità va considerata non più aristotelicamente come effettività potenziale, ma alla luce dell'esempio heideggeriano, posta, quindi, al di sopra della necessità. Questo permette di prescindere dal principio di causa sufficiente e lasciare i fenomeni liberi di manifestarsi a partire da se stessi. La fenomenologia è adatta allo scopo di ricevere la trascendenza poiché nel suo orizzonte gli eventi non si giustificano, dice Marion, di diritto, ma solo di fatto: è questo a permettere la fenomenizzazione dell'impossibile.
La mancanza di una ragion sufficiente o di una causalità nel caso della rivelazione non va ad inficiare la sua fenomenicità.
Resta da analizzare se e come nella pratica il tradizionale orizzonte fenomenologico husserliano-heideggeriano possa sopportare l'avvento di un fenomeno impossibile, come è il fenomeno religioso.
L'ego husserliano è luogo di intersezione di tutti i vissuti coscienziali, esperiti come Erlebnis, e tutto quanto non è esperibile in questo modo non rientra nella fenomenalità. I confini dell'orizzonte coscienziale husserliano sono gli stessi dell'essere heideggeriano, all'interno del quel ogni vissuto è vissuto intenzionale del Dasein e la stessa trascendenza è costretta nell'analitica dell'esserci. In questo modo la trascendenza si riduce a vissuto di fede, data l'incapacità, ovvia, dell'ente di uscire dall'essere.
E' evidente che la fenomenologia non può dettare regole alla rivelazione senza che si ricada nell'idolatria. Marion intuisce che a mutare devono essere la condizioni della fenomenalità, l'ego e il suo orizzonte.
Infatti per far sì che un fenomeno impossibile si possa dare nella possibilità si devono abbandonare i confini finiti dell'essere in funzione di un pensiero in grado di prescindere dall'essere. Questo impone una riconsiderazione della funzione dell'ego che Marion richiama al suo statuto di creatura, al suo essere donato dalla trascendenza e così facendo vuol dimostrare che la possibilità della fenomenologia, l'ego, ha come condizione anteriore la trascendenza stessa. Quindi sta all'io abbandonare le proprie pretese gnoseologiche per lasciar spazio alla fenomenizzazione positiva della trascendenza.
Ancora, un fenomeno non può manifestarsi senza un orizzonte e questo vale anche per il fenomeno impossibile. Ma un orizzonte anteriore alla rivelazione, ne rappresenterebbe un a priori, la qual cosa è per definizione impossibile. L'orizzonte tradizionale dell'essere non è adatto, ma un orizzonte è pure richiesto per la fenomenizzazione. E' un paradosso questo che Marion risolve introducendo la figura del fenomeno saturo.
Lo scoglio della reddendae rationis è aggirato con l'ingresso in fenomenologia, ma resta, stando all'husserliano Principio di tutti i principi, la riduzione di ogni manifestazione fenomenica ad un io e un orizzonte. L'apparire non è così totalmente svincolato e questo, oltre a limitare la fenomenizzazione in generale, impedisce la fenomenizzazione della trascendenza. La finitezza della coscienza intenzionale si impone inevitabilmente anche all'orizzonte fenomenologico.
L'intenzionalità che ha a che fare con un normale fenomeno non sempre riesce ad esaurirlo d'intuizione e Marion, per contro, si interroga sulla possibilità di un fenomeno che si dia come dismisura nei confronti dell'intuizione.
Kant ha per primo sospettato la possibilità di fenomeni per i quali la finitezza dell'intelletto non è sufficiente, definì tali oggetti come appartenenti al sovra-sensibile, al quale non si addice nessuna intuizione: Marion approfondisce la possibilità lasciata in sospeso da Kant e indaga un tipo di fenomenalità che si adegui all'infinito, che non sottostia quindi alla misura dell'intelletto.
Il fenomeno risultante trascende le categorie kantiane di quantità, qualità, modalità e relazione rendendosi così assoluto. Il fenomeno saturo è assoluto.
Il rapporto con l'orizzonte e l'ego sembra farsi ancora più problematico ora che il fenomeno in questione è ab-soluto.
La fenomenalità del fenomeno saturo è quindi una fenomenalità eccezionale: nessun orizzonte è in grado di ospitare un fenomeno che si dà come assoluto, ossia al di fuori delle normali regole fenomenalità così come un fenomeno assoluto non può essere ridotto all'ego come un tradizionale fenomeno.
La paradossalità del fenomeno religioso è sconvolgente: si tratta di una fenomenizzazione che satura d'intuizione l'orizzonte finito dandosi ad esperire a partire da se stesso come assolutamente inarrivabile.
Il fenomeno saturo è visibile, ma non guardabile: trovandosi di fronte al fenomeno religioso l'uomo non può non vederlo, ma non ha i mezzi per intenzionarlo. Così cambia l'io di fronte alla rivelazione: da intenzionante si ritrova ad essere intenzionato da uno sguardo incommensurabile che lo elegge a guardarlo, da un fenomeno del quale solo si può avere contro-esperienza. Del fenomeno saturo si può esperire solo l'incapacità ad esperirlo.
Nella paradossalità di questo fenomeno eccezionale trova compimento l'idea husserliana di fenomeno come di qualcosa che si dà esclusivamente a partire da se stesso e senza limiti.
L'apparizione di sé a partire da sé, che si sottrae ad ogni determinazione anteriore prende il nome di rivelazione. Il fenomeno saturo è aliquid quo majus cogitare nequit: la possibilità ultima della fenomenologia, la possibilità dell'impossibile. OssidianaNeraffannarsi di paraninfe come se si dovesse nascere e non si fosse che suoni. Follia è de-limitarsi e infecondo ammettersi di parti non orchestrate. Non-questa voce clessidrammatizza il tempo. Il labirinto[...] Nell'immensa mistura delle vite umane, in generale, una insufficienza senza limiti si rivela: l'esistenza che sbocca come suo termine nell'allegria di un trombettiere o nei sogghigni di una seggiolaia di paiese non è più compimento ma derisoria degradazione di si stessa: la sua caduta è paragonabile a quella di un re sul pavimento.
Georges Bataille La nuvola in calzoni(di Vladimir Majakovskij - 1914)Intronando l’universo con la possanza della mia voce, Se volete, Voi pensate che sia il delirio della malaria? “Verrò alle quattro” – aveva detto Maria. Le otto. Ebbene, sposatevi. Non vi sovviene? E vi hanno rubata. Ehi! E sento che l’io Allò! Che m’importa di Faust Me ne infischio se negli Omeri e negli Ovidi Muscoli e nervi sono più sicuri di tutte le preghiere. Ciò mi fece salire sul Golgota degli auditori Io, Là dove l’occhio degli uomini si arresta insufficiente, Ed io presso di voi sono il suo precursore, …attraverso il suo Bene, quando una gialla blusa Ma dal fumo d’un sigaro Come osate chiamarvi poeta Io, che decanto la macchina e l’Inghilterra, Maria! Maria! Maria! Mi hai lasciato entrare. Bambina! “Adoratrici di Majakovskij!” Maria, più vicino! Con denudata impudenza Maria! Maria, concediti! Maria! Mi chinerò Alati furfanti! Lasciatemi! Guardate: Sordo. L’universo dorme, IIIIII
Lei. Il suo portamento. Camminare con portamento comportamento comporta qualcosa se io mento? Gambe corte come.. hai le gambe troppo lunghe per il motorino primo motore immobile la ragione non credere di aver sempre.. credi a quello che ti dicono i grandi le cose da grandi non sono per chi ha le gambe corte, ma io.. Cappello. Tanto di.. fatica per niente. Sette fatiche in camicia: le mele si staccano a fatica dall’albero per finire in camicia. (Quel giorno lui decise di essere lei.) Non c’era quasi mai lei e quando la nostalgia si faceva invivibile l’unico riparo era crearla, come una cosa qualsiasi. Come la migliore delle cose qualsiasi. Ma non si può essere due persone in un corpo, gli diceva il profumo della lavanda nel suo armadio e così lui era costretto a lasciarsi abitare da lei, lasciandole il posto. Così lei c’era quasi sempre in realtà, rispondeva ad ogni invito, era lui a non essere presente. Era la sera del suo compleanno, non era un traguardo per lui e neanche un giorno particolarmente interessante, ma in ossequio a tutto ciò che lui non era, al mondo, volle renderlo un giorno indimenticabile. Dimenticare ricordi. Dimenticare di mendicare ricordi. Ricordi accordi che non si suonano, potrebbe suonare lei alla porta un giorno e.. la porta di un giorno come tanti, le finestre che nascondono l’alba per obbligarti a dormire quasi che a quell’ora fosse illecito stare in piedi. Illecito. Il lecito confina con l’il.. articolodileggeillecita. Decise di invitarla a cena, dato che l’ora di cena era passata già da molto tempo ormai e con lei l'appetito. Si adoperò (come si adopera un oggetto) al fine di farle trovare un ambiente il più possibile accogliente e degno di una presenza. Rimpiazzò le vecchie finestre disegnandone delle altre, dalla quali altro non si potesse vedere che il perfetto nulla. Qualsiasi panorama avrebbe reso improbabile quell'incontro, volle che dalle finestre non entrasse luce. Accese candele e le nascose dietro le mura, fece sì che le sue migliori rose baciassero l'entrata in scena della sua migliore creazione. Tutto questo le sarebbe piaciuto, ma di certo lei non l'avrebbe dato a vedere. Non importa ciò che fai, importa cosa importare cose importanti Lo zioricco che costruisce case si è costruito una vita di case La casa di vita qui nasci e qui.. Al cibo avrebbe forse pensato lei, gli avrebbe portato una torta non ti dovevi disturbare o dei pasticcini non ce n'era bisogno. Lui volle coprire il tavolo trasparente con una spessa tovaglia avana, non avrebbe permesso a lei di intuire che a reggere i loro piedi era un pavimento e non l'essere o qualche altro fondamento più consono. Ai quattro angoli della tovaglia appuntò dei piccoli nontiscordardime, ma la cosa non ebbe l'effetto sperato e presto se ne dimenticò. Lei non sarebbe venuta, lo sapeva bene, ma i preparativi lo rendevano felice. Era l'atmosfera delle feste in famiglia (ne ebbe una, un tempo), delle cene tra parenti invitati solo per la consuetudine che prende il nome di tradizione. Le donne relegate ai fornelli sin dalla prima mattina, svegliarsi con il profumo di cucina e far colazione in sua compagnia, ma senza occupare il tavolo già occupato dagli innumerevoli utensili, spesso usati solo in quelle occasioni. Gli uomini che girano nel giardino della casa a parlare di traguardi da porsi nell'anno, poco importa se poi... traguardi guardi tra gli sguardi che si guardano, raggiungere un traguardo significa aggiungere un traguardo. Quando sarai grande e avrai smesso di vivere anche tu potrai aggiungere traguardi. Doveva distrarsi prima dell'arrivo di lei, così lasciò che la fiamma di una candela lambisse una rosa. La rosa, offesa, prese ad ardere e i contorni lisci dei petali ormai bruciati si contorcevano in un'espressione da maschera di teatro antico finchè anche il fuoco se ne andò, inorridito, anche lui, dallo scheletro di quella meraviglia. Sostanza senza forma. L'ultima timida espressione lucente di quella morte illuminò la stanza. Nell'angolo. Lei era lì. E non c'erano occhi a guardarla. Gli atti del maestro Gherasim Luca VAllongée sur le vide Élever ensemble les idées Angoisses écartées Fléchir le vide en avant Idées écartées Élever les angoisses tendues Mort écartée Fléchir la mort vers la gauche Couchée à plat sur la mort Détacher l’angoisse du sol en baissant la mort Debout Sautiller en légèreté sur les frissons Vide et mort penchées en avant Respirer profondément dans le vide Expirer en inspirant Gli atti del maestro Gherasim Luca IV
Axiome :
Gli atti del maestro Gherasim Luca IIIpas pas paspaspas pas pasppas ppas pas paspas le pas pas le faux pas le pas paspaspas le pas le mau le mauve le mauvais pas paspas pas le pas le papa le mauvais papa le mauve le pas paspas passe paspaspasse passe passe il passe il pas pas il passe le pas du pas du pape du pape sur le pape du pas du passe passepasse passi le sur le le pas le passi passi passi pissez sur le pape sur papa sur le sur la sur la pipe du papa du pape pissez en masse passe passe passi passepassi la passe la basse passi passepassi la passio passiobasson le bas le pas passion le basson et et pas le basso do pas paspas do passe passiopassion do ne do ne domi ne passi ne dominez pas ne dominez pas vos passions passives ne ne domino vos passio vos vos ssis vos passio ne dodo vos vos dominos d’or c’est domdommage do dodor do pas pas ne domi pas paspasse passio vos pas ne do ne do ne dominez pas vos passes passions vos pas vos vos pas dévo dévorants ne do ne dominez pas vos rats pas vos rats ne do dévorants ne do ne dominez pas vos rats vos rations vos rats rations ne ne ne dominez pas vos passions rations vos ne dominez pas vos ne vos ne do do minez minez vos nations ni mais do minez ne do ne mi pas pas vos rats vos passionnantes rations de rats de pas pas passe passio minez pas minez pas vos passions vos vos rationnants ragoûts de rats dévo dévorez-les dévo dédo do domi dominez pas cet a cet avant-goût de ragoût de pas de passe de passi de pasigraphie gra phiphie graphie phie de phie phiphie phéna phénakiki phénakisti coco phénakisticope phiphie phopho phiphie photo do do dominez do photo mimez phiphie photomicrographiez vos goûts ces poux chorégraphiques phiphie de vos dégoûts de vos dégâts pas pas ça passio passion de ga coco kistico ga les dégâts pas le pas pas passiopas passion passion passioné né né il est né de la né de la néga ga de la néga de la négation passion gra cra crachez cra crachez sur vos nations cra de la neige il est il est né passioné né il est né à la nage à la rage il est né à la né à la nécronage cra rage il il est né de la né de la néga néga ga cra crachez de la né de la ga pas néga négation passion passionné nez pasionném je je t’ai je t’aime je je je jet je t’ai jetez je t’aime passionném t’aime je t’aime je je jeu passion j’aime passionné éé ém émer émerger aimer je je j’aime émer émerger é é pas passi passi éééé ém éme émersion passion passionné é je je t’ai je t’aime je t’aime passe passio ô passio passio ô ma gr ma gra cra crachez sur les rations ma grande ma gra ma té ma té ma gra ma grande ma té ma terrible passion passionnée je t’ai je terri terrible passio je je je t’aime je t’aime je t’ai je t’aime aime aime je t’aime passionné é aime je t’aime passioném je t’aime passionnément aimante je t’aime je t’aime passionnément je t’ai je t’aime passionné né je t’aime passionné je t’aime passionnément je t’aime je t’aime passio passionnément Gli atti del maestro Gherasim Luca IIo ti floro tu mi fauni Io ti scorzo io ti porto e ti finestro tu mi ossi tu mi oceani tu mi audaci tu mi meteoriti Io ti soglio io ti straordinario tu mi parossismi Tu mi parossismi e mi paradossi io ti clavicembalo tu mi silenti tu mi specchi io ti orologio Tu mi miraggi tu mi oasi tu mi uccelli tu mi insetti tu mi cataratti Io ti luno tu mi nuvoli tu mi altamarei Io ti trasparento tu mi penombri tu mi traslucidi tu mi castelli e mi labirinti Tu mi parallassi e mi paraboli tu mi sollevi e mi stesi tu mi obliqui Io ti equinozio io ti poeto tu mi danzi io ti particolo tu mi perpendicoli e sottoscali Tu mi visibili tu mi profili tu mi infiniti tu mi indivisibili tu mi ironici Io ti frango io ti ardento io ti fonetico tu mi geroglifici Tu mi spazi tu mi torrenti io ti torrento a mia volta ma tu tu mi fluidi tu mi cadenti, mi stelli tu mi vulcanici noi ci polverizzabile Noi ci scandalosamente giorno e notte noi ci oggi stesso tu mi tangenti io ti concentrico Tu mi solubili tu mi insolubili tu mi asfissianti e mi liberatrici tu mi pulsatrici Tu mi vertigini tu mi estasi tu mi passioni tu mi assoluti io ti assento tu mi assurdi [prendere corpo] Io ti naso io ti capigliaturo io ti osso tu mi ossessioni io ti petto io busto il tuo petto poi il tuo volto io ti corsetto tu mi odori tu mi vertigini tu scivoli io ti coscio io ti carezzo io ti fremito tu mi cavalchi tu mi insopportabili io ti amazzono io ti golo io ti ventro io ti gonno io ti giarrettiero io ti calzo io ti Bach sì io ti Bach per clavicembalo seno e flauto io ti tremo tu mi seduci tu mi assorbi io ti litigo io ti rischio io ti scalo tu mi sfiori io ti nuoto ma tu tu mi turbini tu mi sfiori tu mi scruti tu mi carni cuoi pelli e morsi tu mi slip neri tu mi ballerini rossi e quando tu non tacchi alti i miei sensi tu li coccodrilli tu li fochi tu li affascini tu mi copri io ti scopro io ti invento a volte tu ti libri tu mi umidi, mi labbri io ti libero io ti deliro tu mi deliri e appassioni io ti spallo io ti vertebro io ti caviglio io ti ciglio e pupillo e se non ti scapolo prima dei miei polmoni anche lontana tu mi ascelli io ti respiro giorno e notte io ti respiro io ti bocco io ti palato io ti dento io ti unghio io ti vulvo io ti palpebro io ti alito io ti inguino io ti sanguo io ti collo io ti polpaccio io ti certezzo io ti guancio e ti veno io ti mano io ti sudoro io ti languo io ti nuco io ti navigo io ti ombro io ti corpo e ti fantastico io ti retino nel mio soffio tu mi iridi io ti scrivo tu mi pensi da La fine del mondo (1969) Gli atti del maestro Gherasim Lucaprête-moi ta cervelle entre la nuit de ton nu et le jours de tes joues III (prova)III
Lei. Il suo portamento. Camminare con portamento comportamento comporta qualcosa se io mento? Gambe corte come.. hai le gambe troppo lunghe per il motorino primo motore immobile la ragione non credere di aver sempre.. credi a quello che ti dicono i grandi le cose da grandi non sono per chi ha le gambe corte, ma io.. Cappello. Tanto di.. fatica per niente. Sette fatiche in camicia: le mele si staccano a fatica dall’albero per finire in camicia. (Quel giorno lui decise di essere lei.) Non c’era quasi mai lei e quando la nostalgia si faceva invivibile l’unico riparo era crearla, come una cosa qualsiasi. Come la migliore delle cose qualsiasi. Ma non si può essere due persone in un corpo, gli diceva il profumo della lavanda nel suo armadio e così lui era costretto a lasciarsi abitare da lei, lasciandole il posto. Così lei c’era quasi sempre in realtà, rispondeva ad ogni invito, era lui a non essere presente. Era la sera del suo compleanno, non era un traguardo per lui e neanche un giorno particolarmente interessante, ma in ossequio a tutto ciò che lui non era, al mondo, volle renderlo un giorno indimenticabile. Dimenticare ricordi. Dimenticare di mendicare ricordi. Ricordi accordi che non si suonano, potrebbe suonare lei alla porta un giorno e.. la porta di un giorno come tanti, le finestre che nascondono l’alba per obbligarti a dormire quasi che a quell’ora fosse illecito stare in piedi. Illecito. Il lecito confina con l’il.. articolodileggeillecita. Decise di invitarla a cena, dato che l’ora di cena era passata già da molto tempo ormai e con lei l'appetito. Si adoperò (come si adopera un oggetto) al fine di farle trovare un ambiente il più possibile accogliente e degno di una presenza. Rimpiazzò le vecchie finestre disegnandone delle altre, dalla quali altro non si potesse vedere che il perfetto nulla. Qualsiasi panorama avrebbe reso improbabile quell'incontro, volle che dalle finestre non entrasse luce. Accese candele e le nascose dietro le mura, fece sì che le sue migliori rose baciassero l'entrata in scena della sua migliore creazione. Tutto questo le sarebbe piaciuto, ma di certo lei non l'avrebbe dato a vedere. Non importa ciò che fai, importa cosa importare cose importanti Lo zioricco che costruisce case si è costruito una vita di case La casa di vita qui nasci e qui.. OssidianaNeraffannarsi di paraninfe
come se si dovesse nascere
e non si fosse che suoni.
Follia è de-limitarsi e
infecondo ammettersi
di parti non orchestrate.
Non-questa voce clessidrammatizza il tempo. Autobiografia d'un ritrattoIl talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Dacché nessuna delle categorie di cui sopra si azzarda ad irretirmi, nasco (tramontando), come scrittore, al seguito d’un iniziato depensarmi disilluso figlio di sterile pensarsi. Arduo nasce quest’io schiavo dell’inchiostro, come co-natus di impersonale volontà creatrice. De-scrivere il volersi impossibilitato da sempre ineguali se stessi: inizio, fine e mezzo della mia opera (così mi concedo di definirla). Dell’arte mi interessa e possiede l’eccesso, non-arte per l’arte, si è capolavori, non si produce, ma si è prodotti in un orgiastico smembrarsi in versi satiresco. Gli è un’apolidicità linguistica mirante a decostruire ciò che è classico, non in funzione, ma in vista di ciò che sarà presente ogni qualvolta lo (si) vorrà; libertà delle parole di inventarsi, delle convenzioni del linguaggio di lasciarsi cadere: mi tento e sono tentato ad afferrare lo scorrere stesso senza riuscire ad ottenere altro che suoni. Non c’è luogo per assurdità metafisiche nell’opera di questo non-più, né per maiuscole significanti chissà quale assenza trascendentale. Disarticolazione, lussazione del discorso a produrre una lingua incapace di possedersi e di regolarsi: risultato di uno sforzo asistematicizzante che unisce in coro le avanguardie di ogni periodo storico. Così scrivo allo stesso modo di ciò che c’è e di ciò che non c’è, senza pretendere di porre l’un modo d’esistere al di sopra dell’altro. Fine d’un quanto mai complicato ritrarmi.
A. 10.02.08Cos'altro se non nitide incertezze? Non posso che volerti desiderare: dedicarti l'essenza silenziosa, fragile base di ogni cosa, mentre cerco di dimenticarti di me. Non è affar facile stare qui. RagneseRagni di minime luci arrampicati sulle facciate affrante dei palazzi a far da cornice alla solitudine stanca della strada, che non sembra interessata all’aria di festa natalizia, così come il silenzio non si cura della musica. Pochissime erano le stelle risparmiate dalla voracità delle penzolanti luci cittadine, annoiate, quando tutti le credono felici. Così monocromatico il cielo sembrava più del solito una semplice toile de fond. Sapevo benissimo – era scritto ovunque – che sarebbe stato inutile sperare di trovare qualcosa di diverso dagli altri giorni in quella strada che ormai conoscevo bene, ma seguire il buon senso non mi sembrò stimolante e decisi di cercare. Le aureole rosse delle insegne fuocolorate, l’asfalto che sparisce per un po’ sotto le scarpe, la striscia bianca impassibile a trasportarmi gli occhi. Guarda dove vai, dimmi con chi... e ti dirò chi. Chi va con... va sano e lontano. L’ontano, ma sono platani. Chissà se le lampadine sanno che cos’è la luce? Niente di nuovo stasera, sul fronte… quel soldato grigio in copertina. La professoressa con gli occhi dipinti di blu cattedrarrabbiata, signora potrebbe, ma non. Era la sera adatta per un addio indimenticabile. “Non farla passare invano” mi disse non so chi altro e mi convinse a lasciare un pensiero in una zona d’ombra che si mostrò felice del regalo che le stavo facendo – basta (con) il pensiero -. Prima di entrare in casa sua lasciai alcune velleità nel portaombrelli, un sorriso mi aprì la porta a quell’ora di notte. “Accòmodati!”, dovevo solo farmi strada tra l’imbarazzo e gli oggetti sul pavimento che la penombra faceva del suo meglio per nascondermi. Non potei far altro che limitarmi ad osservarla sedersi sul letto, sistemare i cuscini ocra abat-jour nell’impossibilità di ignorare le parole che i suoi baci di saluto avevano da dirmi. Avrei voluto regalarle delle parole nuove, nuove note da accordare alla serenità con la quale mi guardava e mi raccontava della sua giornata: preferii lasciare al calore della stanza il compito di ospitare la luce dell’unica stella che quella sera si salvò dal giallogorio della festa. Morbidambrata era l’aria e ondeggiante al passaggio dei nostri sguardi, tanto che chiunque altro ne sarebbe stato soffocato; lei giocava con il mio mite scompiglio. Una parola alla volta si riempì di parole la volta, quasi fossero nidi di rondine. Parole annidate, date dagli anni. “Dove siete stati in tutti questi anni?” Chiesi ai suoi denti, che in tutta risposta si nascosero dietro le labbra. Con Agnese parlare era come guardarsi, dentro e fuori. Poca importanza avevano le parole dette in confronto a quelle taciute, quasi che si parlasse ad alta voce solo per consuetudine, non per necessità. Distesa sul letto, come una Venere del Cinquecento, c’era la cosa più semplice e più imprevedibile che mi fosse mai capitata: non era mia e non lo sarebbe mai stata, ne avevamo discusso a lungo, ma mi piaceva dimenticarmelo ogniqualvolta ne avevo la possibilità. Agnesemplicemente impossibile. “Ti va un caffé?”. Dovevo avere un’espressione stanca. Mi nascosi per un po’ nell’aroma nerotico del caffé, per un po’ non l’ebbi più di fronte e pensai che m’avesse abbandonato, il profumo perlato che sentì di lì a breve mi diede torto. I muri della stanza avevano tutta la mia invidia, nati com’erano con il solo compito di sorreggere cose che mai sarebbero riusciti a capire. A me in fondo restava solo da capire perché dalle mie mani non stessero ancora sbocciando garofani screziati. Era dietro di me e divenne melodia, fu davvero troppo per me. Rimasi lì, ma me ne andai. AutontimorumenosFioco
pioversi d'alberi in-fine perso nell'arte dei muri d'ignorar la trasparenza. Si può
qui solo il profumo d'improbabile m'orir ch'è tramontare e vacuo ammettersi. Strali d'un sole sfacciato infinitamente liquido. (iato) IIEbbe occasione di dar vita ad altri compagni di vita, aveva letto che Dio creò il primo uomo perché si sentiva solo: sentirsi Dio occupò alcuni dei suoi giorni. Giorni che scorsero come la luce rossoscura di un geranio scorre su di un insensibile. - Cosa si può desiderare di più grande dell’essere Dio?- scese, questa domanda, insieme all’acqua dalla doccia e gli sembrò incredibilmente inedita. Così volle tenerla con sé. Circondarsi di eccezionalità. - Si può sempre desiderare di più - Ebbe a rispondere un giorno alla Domanda. - Dio è il limite del pensiero e così del desiderio – Rispose la Domanda indispettita, sentendosi cadere in secondo piano. - Le domande hanno un proprio territorio al di fuori del quale non hanno competenza, voi domande confinate l’una con l’altra a coprire la maggior quantità possibile di spazio pensabile, ma non vi conoscete tra voi – era così, lo sapeva – e quindi non puoi dire altro. – Si sentiva imbattibile. La domanda si sfilò lentamente i guanti senza mai toglierli gli occhi di dosso, come se pensasse di aver di fronte il proprio esecutore, li gettò nel secchio della spazzatura mettendo in mostra mani che avrebbero fatto invidia alla stessa Afrodite – Mostrami i tuoi fiori, so già che li amerò! – - Non ci sono fiori nel vaso, non vedi? – Ce n’erano – Ma ne ho uno da parte, lo tenevo per te - Così dicendo aprì un cassetto qualsiasi e ne estrasse una rosa distrattamente blu. Un misto tra sorpresa e nausea produsse nella Domanda l’apparizione di quella rosa, così improbabilmente senza spine; per far sì che il regalo non risultasse banale volle pungersi – E’ davvero bellissima – Estrasse dalla borsetta dei guanti di seta bianca che aderendo alle sue dita fiorirono di rosso, fu il suo modo di ringraziare. La situazione le sembrò abbastanza imbarazzante da permettere una sua uscita di scena, così lasciò la stanza che nel mentre aveva inaugurato una porta solo per lei. Rimase blandamente solo. Vince sempre chi alle domande risponde con altro. Domanda che risponde risposta che domanda, rispondere domanda (non si) domandare risposta. Rispondare domandere. Domandare doman dare dare domani l’acqua ai fiori un fior di ragazzo che mette le radici in casa radici del bimbo di casa radici nel limbo di casa (moglie e buoi) dire cornuto all’asino che (non) vola non può volare il calabrone ma vola e non lo sa lo sa e non vola si fanno le cose senza rendersene conto (la banca) che telefona il banchiere con gli occhiali (che caldo) non vengo al mare perché fa troppo caldo non vengo al caldo perché fa troppo male vengo al male in foto sei fotogenico non sei bello fotobello brutto alla luce dei fatti fare affare fanno affanno fanno ridere le cose che ti affanni a dire (tra)dire che c’è di mezzo (il mare) qualcuno non sta bene qualcuno non sta bene sta peggio quindi apprezza quello che le tue cose la roba d’altri la donna d’altri la donna roba en robe la signora s’ignora la tua provenienza non il colore della pelle la nazionalità impellente IEntrava con il piede destro in qualsiasi porta gli si ponesse di fronte, ma si rifiutava di cedere all’idea d’essere ossessivo-compulsivo. La sua famiglia gli aveva insegnato sin da piccolo a non credere nella psicanalisi, avrebbe capito solo da grande il motivo; sono solo coincidenze, gli dicevano. Capì di possedere una psiche in un giorno di un mese che non avrebbe più ricordato, quando provò piacere nel non rispondere a sua madre che lo chiamava dal piano di sotto. Da quel giorno senza data, per lui tutto fu molto più lento, più difficile e più profondo. La vita di paese, si ripeteva, t’impedisce di pensare. Sudava e si sentiva svenire al cospetto di una folla, ad una di quelle sagre paesane che tanto piacevano ai suoi vecchi amici. C’era una vena di autoconvincimento in tutto questo, ma non lo poteva ancora capire. Non rispondere alle persone che lo chiamavano divenne sempre più appagante, a breve una delle poche abitudini di cui si fosse potuto fregiare. Amava il suono del suo nome che accantonava il silenzio per poi, subito dopo, restituirgli la scena. Parlava con qualsiasi cosa, pur di non ricevere risposta. Era un vero e proprio cultore del silenzio; ma il silenzio è il peggior interlocutore che si possa desiderare. L’unico in grado di lasciarti parlare di qualsiasi cosa. Ebbe anche lui una vita reale, come tutti i giovani del suo tempo. Non si poteva dire bello, né di buona compagnia con i suoi discorsi a volte troppo pieni altre volte sconvolgentemente vuoti; ma questo non gli vietò di dar vita a sentimenti, salvo poi perderne totalmente il controllo. Crescevano. Li metteva a dormire alla sera che erano poco più grandi di una monetina, al suo risveglio erano immensi: completamente fuori controllo. Amò e odiò come nessuno nella storia era stato in grado di fare. Decise di comprare dei fiori. Camminò un giorno intero in cerca di un fioraio, senza trovarne. Portò a casa i fiori che non aveva comprato e li mise in un vaso, di quelli che i parenti portano in dono a Natale perché non ci si presenta mai a mani vuote. Doversi ricordare di non far mancare l’acqua ai suoi piccini lo divertiva. Molte cose lo facevano ridere. Si ritrovava a ridere anche mentre faceva l’amore con lei, ma solo in sua assenza. Pensare non lo rendeva felice, ma lo divertiva: spesso si chiedeva, in particolare, cosa avessero potuto pensare le persone che aveva intorno a proposito dei suoi pensieri. Molto presto smise di porsi quel tipo di domande, rassicurandosi sul fatto che nessuno avrebbe mai saputo cosa pensava; continuò a divertirlo quel che rimaneva dell’idea per qualche tempo, poi non rise più. L’unico legame con quello che poteva essere la realtà era svanito, era affogato nell’acqua dei suoi fiori. La sua attenzione si spostò su cose che riteneva molto più reali della realtà. Ebbe lunghi colloqui con le nuvole alle quali la finestra della sua stanza faceva da cornice, lo incuriosiva il saperle fatte d’acqua e allo stesso tempo vederle volare. Fece amicizia soprattutto con una di quelle bianche signore, che passava di tanto in tanto a riempire quel rettangolo di legno. Non passò per qualche giorno e la diede per piovuta via, senza curarsene più di tanto. Digerita questa leggerissima delusione, la sua attenzione tornò quasi in casa. Le finestre ora erano il suo obiettivo: gli permettevano di uscire senza muoversi, la sua pigrizia fece il resto. S’innamorò delle finestre, la sua preferita fu quella dipinta da un pittore belga il cui nome non gli fu nuovo; si ricordò con poco sforzo che quel nome aveva davanti ogni qual volta, da piccolo, si apprestava al telefono per cercare di far colpo su una sua compagna di classe, era il titolo di un libro. Il suo rapporto con le finestre durò molto di più di quello con le nuvole, gli regalò giorni di tranquillità quasi ascetica, ma non superò il giorno in cui gli capitò di trovare la sua finestra chiusa. Si vide costretto a prendere per mano l’amore per le finestre e andarsene altrove, in una stanza che non ne avesse. Fu così che la sua mente decise di tornare in casa certa di trovarvi tutto quel che cercava, difficilmente ne sarebbe uscita. Ora si trovava in compagnia di Amore per le finestre, che non lo incuriosiva né lo stimolava, ma l’educazione gli imponeva di non cacciarlo da casa. - Beh.. come ti trovi qui, con me?- gli chiese un mattino. - Non mi sei antipatico, mi piace il tuo modo di non parlare; e in fin dei conti ti devo l’esistenza, disse Amore per le finestre, vorrei però farti notare che nella stanza nella quale mi costringi a soggiornare non ci sono finestre e la cosa mi annoia un po’.- L’educazione non era un vanto del suo nuovo coinquilino, la qual cosa portò alla mente del suo creatore un ragionamento che ormai conosceva come le sue tasche: gli era sempre stato insegnato che l’educazione sta bene in ogni dove e che si deve essere educati anche con chi non lo è; a lui quest’unilateralità non era mai andata a genio e colse l’occasione per concludere definitivamente la questione: non è necessario essere educati con chi non dimostra di esserlo. Così, forte della nuova conquista, disse: - Non ti trattengo -. La frase suonò come lanciata in un anfiteatro vuoto e Amore per le finestre, offeso come solo un maleducato può essere, lasciò la stanza. Nei giorni seguenti chiuse la vicenda in una bottiglia che trovò per strada e che gli sembrò adatta. Cosa fatta.
Ded. ad Agnese 30.09.07Vaga, amor mio, sì come mendico vaga, pago di desertica stasi, in cerca d'altro cielo più chiaro, più chiaro. Il dolore degl'iris Mi sia specchio l’amor-morto!
Non a tutti son date le radici del salice. Oblio, il dolore degl' iris,
s’ubriachi d’incanto chi non ha nostalgia del nulla
e si condanni al mondo: l’in-finito mio tuo disvelarsi
deluso in un fiore. Stralci di una vecchia logica bambina,
è morto e non lo sa chi lavora a se stesso di nascosto! E di pensiero in-pensiero
intrecciato di sole scoprirsi nei damaschi d’azzurro e sommesso silenzio d’un cimitero di lucciole. Qui Dio si teme
senza saper che deve. (Ded. ad Erythros) Mi presentoChe sia
tra i drappeggi labirinfiniti d'una notte come tante altre che mi sarà dato di trovare il perfetto nulla? A passeggio con sanguinose,
ridanciane malignità tento di somigliare alla sabbia che calpesto. La lontana domenica estiva di un bimbo,
accompagna l'inganno dell'essere scivolarmi tra le dita: la mia assenza fuori dal tempo. Si affannano luci d'ogni tipo, curiose,
ognuna vuole accecarmi per prima. Non sanno che per loro non ci sono più occhi. Rumori in cambio di suoni,
voilà ma damnation! Senz'A. l'o-sceno Alla bandiera rossa
P.P. Pasolini Omicidio.“Chi sono io?” L’essere umano si porge questa domanda da quando ha un’autocoscienza, molto prima che Hegel ne parlasse. La cosa-uomo si è vista e si vede confinare negli ambiti più disparati sia del reale sia del metafisico. Ogni analisi ontologica dall’alba della storia del pensiero ai giorni d’oggi ha commesso l’errore metodologico di presupporre l’esistenza dell’essere. Sì. Per parlare di essere lo si deve presupporre, giacché non si può parlare di qualcosa di cui non si postula l’esistenza e quel “Chi” lo dimostra. “Sono io?”: questo rimane cercando di limare l’errore. Emergono due possibilità: “Sono io?” o “Sono, io?”. Nella prima mi chiedo se ciò che sono è ciò che sono abituato a chiamare io. In questa proposizione sto partendo dall’imposto che una sostanza-io esista in sé e per sé e non sia al contrario un fascio di sensazioni, un prodotto del retaggio culturale, la mera psiche. In altre parole, l’io (ciò che io credo di essere) esiste veramente ed io sono quest’io. Prendendo in considerazione la seconda possibilità: non è più dato per scontato l’essere dell’io (l’esistenza, ma si continua a puntare sulla possibilità in atto di un certo io la cui esistenza dev’essere nient’altro che autoevidente. Questo è il risultato cui è giunto Cartesio per mezzo del dubbio radical-metodologico. Ora, entrambe le possibilità di cui sopra compiono un pericoloso salto dal pensabile al reale, degno della peggior metafisica cristiana medievale. La condizione d’esistenza risulta relegata alla pensabilità. La mente umana è uno strumento teoricamente infinito e in grado di partorire un numero indefinito di “cose”, ma questo non implica che queste cose siano condannate ad esistere (non ho mai avuto l’occasione di imbattermi nelle creature di Bosch). Così metto a tacere certe velleità idealistiche. Mi rimane un “Sono?”. Il quesito può essere interpretato in più modi. In primo luogo lo si può collegare ad un domandarsi (domandare sé a sé stessi) ed a un cercarsi come spirito (anima, che dir si voglia). Sorge un problema però: non posso fare affidamento sull’io in veste interlocutore al quale poter porre tale domanda, quindi mi trovo nella situazione del pastore di Leopardi che parla alla Luna la quale sembra ignorarlo. In secondo luogo posso ricondurre la domanda sull’essere ad un punto di vista biologico. “Sono questo corpo?” “Questo corpo mi appartiene?”. Quand’è così, messe ragionevolmente da parte le sciocchezze di chi vede Dio come una sorta di Babbo Natale che regala esseri e corpi e vuole in cambio buona condotta morale e preghiera, etsi Deus non daretur quindi, non si può che rispondere “Sì”. Il corpo è la cosa che in assoluto sento più mia, potendolo utilizzare come meglio credo. Se fossi solo corpo e sensibilità, non dovrei aver modo di pensarmi. La soluzione è quindi riduttiva. Eliminati così gli errori, resta una domanda senza verbo e senza oggetto: “?”. L’uomo è così condannato a porsi una domanda indefinita. Potrebbe essere un risultato accettabile, sono giunto ad una non-domanda che è lecito porre, ma che come tale non ha una risposta. Un paradosso, il paradosso per eccellenza. Paradosso il quale mi vedo obbligato ad affrontare. Sto per condannare l’uomo alla condizione di cadavere in vita. L’io è morto, ma il suo profumo è ancora presente. E’ un io sconfitto da sé stesso. E’ costretto a rinunciare all’idea di esistere attivamente e ad accettare l’idea di essere vissuto. Il pericoloso spettro del divenire incessante si erge così in tutta la sua atroce frenesia sulle ceneri del vecchio io, di quell’io tranquillamente in possesso del proprio poter essere. Ora l’io si trova ad essere vissuto da sotto, è un equilibrista su di una sfera lanciata in discesa. Non può fare altro che sottostare alle leggi del divenire delle quali non avrà mai esperienza. Ogni manifestazione è equivalente a tutte le altre, tutte hanno ugual valore. L’esistenza in autentica può salvare le menti deboli (forse le più sane), certo. A tutto c’è un rimedio.
A.
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